Bologna e la “Guerra ai giovani”
Salve, Bologna, città tronfia, presuntuosa e ingrata.
Come abbiamo già detto il “Sesto Senso” se ne va. Non si sa né dove, né come. Ma soprattutto non sappiamo perché se ne debba andare. I pochi di noi che stanno tra gli “enta” e gli “anta”, ricordano una Bologna città europea della cultura giovanile, ricordano una città dove le culture alternative, la creatività giovanile, le “nuove tendenze” avevano, più che una piena cittadinanza, un ambiente accogliente, un contesto che stimolava e che raccoglieva la sfida dell’omologazione culturale per contrastarla in ogni sfera e in ogni dimensione, istituzioni sensibili politicamente ed economicamente a questo vivido coacervo di situazioni, centri sociali e di quartiere, luoghi, idee, rassegne.
Cinema, video, teatro, musica, arte, il tutto non necessariamente attanagliato da vincoli di camarillas politiche o da forzature di appartenenza: spesso era sufficiente avere buone idee, saperle tradurre in progetti realizzabili, oltre che immaginabili, e saper capitalizzare sinergicamente volontà e opportunità in maniera da far coincidere efficacemente i propri intenti con quelli di altre situazioni presenti nello stesso territorio e con la stessa voglia di stupire con le proprie iniziative gli annoiati prosseneti della cultura cosiddetta “dominante”.
L’abbiamo vissuta, quella Bologna, e ce ne siamo innamorati. Anzi, nel 2001 abbiamo rilevato uno spazio destinato a diventare una piadinoteca o chissà che altro e abbiamo cercato di far sopravvivere un pezzo di quella Bologna alternativa, sperando che anche altri facessero qualcosa di simile. D’altra parte che male c’è? Berlino ha Kreuzgerg, Londra ha Camded Town, Madrid ha Malasaña…perché Bologna non può avere Via Petroni o Via del Pratello?
La verità è che ci siamo trovati soli o quasi: una città universitaria per eccellenza come Bologna non ha capito le opportunità che lo sviluppo della cultura giovanile poteva offrirle, e ora piange – nella sua isteria militarizzata – la propria inezia e la propria stoltaggine. Se qualche illuminato assessorato alla cultura avesse promosso una politica di incoraggiamento nel creare locali con un’offerta culturale, se le istituzioni si fossero prodigate nel finanziare l’isolamento acustico e le sale per fumatori all’interno dei locali che vanno oltre la somministrazione, se ci fosse stata un minimo di lungimiranza in quella direzione, ora non ci troveremmo in una città in guerra contro l’universo giovanile. Si diceva poco sopra di Madrid: ebbene, il sindaco che governò la capitale spagnola, Tierno Galvàn, fece durante gli anni ’80 proprio ciò che abbiamo descritto, e con ottimi risultati. Ma qui siamo a Bologna.
Ma lo sa Bologna che la galleria d’arte del Sesto Senso è stata giudicata dalla massima rivista specializzata nel campo (Flashart) tra le prime 80 migliori gallerie sul territorio nazionale? Lo sa Bologna che all’interno del Sesto c’è una stanza affrescata da muralisti (Ericailcane e Blu) che ora sono conosciuti e dipingono in tutto il mondo? Lo sa Bologna che gruppi che ora vendono migliaia e migliaia di dischi (Marta sui tubi, Parto delle Nuvole Pesanti, etc.) hanno fatto i loro primi live proprio sul piccolo palco del Sesto? Lo sa Bologna che scrittori ora affermatissimi (Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Stefano Tassinari, Wu Ming, etc.) hanno presentato i loro primi romanzi al Sesto? Lo sa Bologna che Medici Senza Frontiere, Teresa Strada di Emergency, Giuliano Giuliani, hanno fatto sentire la loro voce e dato speranza alle loro iniziative proprio dal microfono del Sesto? Lo sa Bologna che molti dei migliori DJ’s italiani (Homework, Postal Market, Panùm, etc.) che ora lavorano all’estero hanno cominciato mettendo le mani sul mixer del Sesto, tanto che per la rivista online più importante del settore (2Night) il Sesto è “Miglior DJ bar d’Italia?
Se Bologna non sapesse sarebbe comunque grave, ma Bologna sa, e quindi è doppiamente colpevole, perché il Sesto ha avuto poco o nulla dalla città, dal Quartiere, dalla Regione, dagli assessorati ed enti preposti. Il Sesto Senso chiude perché non è un’impresa, non è un’attività commerciale, non è un locale quadrato con rigidi business plan. Il Sesto è un luogo aperto alla cultura che viene dalla strada, dal quartiere universitario, dagli hard disk dei computer, dalle sale prove degli scantinati, dalle menti libere che creano e ricreano. Il Sesto Senso ha sempre dato spazio, attrezzature, opportunità a chi voleva creare arte, musica, teatro, incontri, è sempre vissuto di questo, cambiando ogni giorno i ritmi, le performances, le proiezioni del suo schermo, i colori dei propri muri, mutandosi e malleandosi a seconda di ciò che entrava dalla porta di Via Petroni.
Proprio qualche giorno fa si è consumato in Piazza Verdi l’ennesimo episodio di scontri tra polizia e giovani, colpevoli questi ultimi di sedersi in una piazza per bersi una birra. Dove pensate che se ne andranno i 2.500 soci del Sesto Senso una volta che questo chiuderà i battenti? Bologna pensa realmente che gli studenti possano studiare tutto il giorno, quando non lavorare nel precariato buona parte della giornata, e poi zitti zitti riparare nelle loro magioni a macinare Grande Fratello, Amici e Ballando Sotto le Stelle?
La situazione è destinata ad esplodere e solo un folle irresponsabile può ignorarlo. Questa è una città con circa 60 mila studenti fuorisede (anche se ora il dato è in caduta libera), per quanto tempo Bologna intende continuare questa insensata guerra ai giovani? Bologna dice che bisogna “lottare contro il degrado”, quasi fosse un’entità venuta dallo spazio, avulsa dalla vita della nobile e felsinea città. Ma il degrado non esiste. Viene denominato “degrado” ciò che è il risultato più ovvio per chi non fa nulla per opporsi alla desertificazione della città con assurde politiche neo-securitarie, invece che investire nella gestione armonica delle relazioni tra residenti temporanei e residenti stabili, invece che tentare di attutire con politiche “in prospettiva” il naturale impatto generato dalla convivenza di differenti stili di vita. Nossignori: il degrado non esiste. Esiste invece la mancanza di un patto tra le diverse anime che popolano la città, tra i ritmi biologici distinti, tra le generazioni e le genti diverse, tra i gusti, le abitudini, i costumi, le consuetudini diverse. E a mediare per ricercare e poi sancire questo “patto” ci devono essere necessariamente anche le istituzioni. La politica dissennata e insensibile delle ultime giunte hanno creato il cosiddetto “degrado”. Qualsiasi giunta comunale raziocinante avrebbe finanziato l’attività di un circolo come il Sesto, anzi, avrebbe fatto di tutto per stimolare la nascita e lo sviluppo di un’imprenditoria giovanile che ne emulasse le attività o che andasse nella stessa direzione. Così non è stato: anche noi ce ne andiamo. E la colpa sicuramente non è nostra.
La città di Bologna, ma soprattutto coloro che competono proprio in questi giorni per amministrarla, devono esprimersi: cosa intendono fare per la cultura giovanile? Che tipo di atteggiamento intendono seguire con la massa di studenti che arricchiscono la città pagando affitti da rapina, che spesso vengono schiavizzati nel precariato, e che vedono il progressivo annichilimento dell’offerta culturale, la spietata falcidia degli spazi adibiti alla loro ricreazione, l’assoluto menefreghismo rispetto alla loro giusta e inoppugnabile voglia di situazioni, luoghi, possibilità dove poter socializzare e fruire di prodotti culturali che non siano precotti nel bollitore dell’omologazione culturale?
Noi del Sesto rimaniamo alla finestra…metaforica, va da se: siamo senza casa e alla ricerca di una nuova sistemazione. Vedremo se la città rimane accartocciata nella propria insipiente ingratitudine oppure se si muoverà qualcosa. Vediamo se l’unica soluzione, come hanno dimostrato gli studenti di Bartleby – a cui va tutta la nostra simpatia e solidarietà – rimane l’occupazione. Di fatto il Sesto Senso non è in nessuna maniera un posto con 4 muri: il Sesto è un progetto, e in quanto tale vuole continuare ad esistere, ma non porteremo l’acqua con le orecchie a nessuno. Vogliamo reiterare la nostra assoluta indipendenza rispetto a qualsiasi lobby politica ed economica: vogliamo essere considerati ed aiutati per quello che siamo, per il lavoro che facciamo, per il valore dei nostri progetti, perché è giusto sostenere iniziative come le nostre. Perché è giusto che il Sesto sopravviva.
Il collettivo di gestione del Sesto Senso